RIGENERAZIONE URBANA- FILOSOFIA?

Sostenibilità

Resilienza ambientale e sociale

Inclusione

Smart city

Environmental, Social e Governance

Sono temi ricorrenti in quasi in tutti i dibattiti che parlano del futuro delle città, accelerati dal propagarsi della pandemia. Quasi due anni fa, in un convegno cui presi parte, il Presidente dello CNAPPC (Consiglio Nazionale Architetti Pianificatori, Paesaggisti e Conservatori) sostenne che l’architetto sarebbe stato la figura chiave, quella che per competenze e capacità sarebbe in grado di guidare questo cambiamento epocale, protagonista l’urbanistica di quarta generazione, che porta in sé la sfida della rigenerazione urbana. 

Soddisfatta, ma non sorpresa di questa considerazione, ho continuato a pensare cercando le ragioni di questa affermazione.

Cosa si inventerà l’architettura per rispondere a un nuovo modo di vivere la città, e come sarà ripensato l’abitare, anche dopo che la pandemia ha costretto a riflettere sul valore delle relazioni umane e sull’identità degli spazi della socialità, della condivisione, per rispondere alle sfide della rigenerazione urbana?

All’architetto è riconosciuta la capacità di coordinare i contributi specifici delle scienze esatte, e delle discipline specialistiche, dalle quali la complessità della progettazione oggi non può prescindere, ma che tuttavia da sole non fondano e non costituiscono il progetto.

Capacità di vedere, di analizzare, di immaginare, di trasformare, di tradurre alla stregua di un demiurgo. La sfida della rigenerazione urbana come sinergia di interventi e azioni in diversi ambiti, che nella sapienza della riprogettazione e del riuso sarà motore di inclusione sociale, per un abitare più inclusivo, sostenibile e resiliente.

La risposta non può essere solo nel progetto; non certo negli arredi integrati e flessibili che rispondano all’esigenza di lavorare nella propria abitazione, e neppure nella riconversione di strutture collettive messe a disposizione di chi cerca uno spazio per lavorare o nel parterre colorato che ridisegna le aree pedonali separandole da quelle del traffico.

Personalmente mi interroga la funzione di volano sociale che il tentativo di rigenerazione degli spazi urbani si pone come obiettivo. Senza dubbio il degrado sociale si insinua più facilmente in realtà di degrado urbano, all’interno di una cattiva progettazione dell’abitare, o di assenza di progettazione, nelle tanto famigerate periferie, non più di moda in un modello di città il che prende le distanze dal disegno a macchia d’olio e assomiglia di più al terzo paradiso di Pistoletto.

Cosa cerca chi vive il degrado sociale? Cerca davvero l’inclusione come senso di appartenenza a un modo di vivere che è dettato da chi passeggia e corre lungo chilometri di parco lineare, visitando nel frattempo un museo e facendo shopping prima di rientrare?

È davvero un bisogno quello di far abitare anche un impianto di termovalorizzazione di rifiuti solidi urbani, visitandolo come fosse un museo (esempio di Hiroshima)? È utilità o solo iperbole?

L’INDAGINE

Da sola e di per sé l’architettura non può essere la risposta. Vorrei indagare quindi sul ruolo che all’architetto vien riconosciuto, cercando in una saggezza che possa dare supporto e conto di questo ruolo.

Riformulo perciò la domanda, attingendo dal passato: come risponderà l’architettura al concetto di Abitare nel suo senso ontologico, dell’”essere uomo sulla terra”, citando Martin Heidegger: “Aver cura della Quadratura, salvare la terra, accogliere il cielo, attendere i divini, condurre i mortali – questo quadruplice aver cura è la semplice essenza dell’abitare?

A RITROSO

Quando penso ai momenti di crisi, di grande cambiamento penso sia utile attingere dalla storia, perché la storia in fondo si ripete. Un aiuto all’ingegno credo possa arrivare dalla cultura antica, classica, e dalla filosofia in particolare, che l’architetto voglia servirsene?

Per questo ho pensato: dove nasce il pensiero dominante oggi? Si può arrivare a presentirlo? Chi lo può veicolare?

Esiste un pensiero latente, sottile, sotteso, che è quello che poi finisce col chiamarsi con gli ISMI, che detta movimenti e correnti, che influenzano il pensiero dei più nelle varie epoche, che lavora, che tesse la sua tela e genera, anche mostri del sonno della ragione, del quale spesso ci accorgiamo a cose fatte solo dopo decenni.

È un pensiero che influenza la percezione che l’uomo ha di sé, dell’altro, il suo rapporto con le cose, con la conoscenza, che ha a che fare con l’etica, e con il progresso, che caratterizza in modo inequivocabile ogni epoca, e che arriva in un dato momento concretamente nelle scuole, sotto forma di un nuovo programma ministeriale, di una nuova disciplina;  nei tribunali sotto forma di applicazione della legge;  per le strade sotto forma di un nuovo nodo di vestire e di atteggiarsi, negli spazi della vita sociale nelle mutate forme del loro proporsi al vivere comune ed assolvere compiti (piazze, mercati, discoteche, parchi urbani … ).

Ho pensato all’importanza della filosofia, e mi sono detta che il filosofo sarebbe oggi uno dei lavori più urgenti e di moda, ma purché esso sia espressione di una vera filosofia, quella dell’amore al sapere appunto, a supporto delle discipline.

Dove è finita la filosofia nel suo ruolo fondativo del sapere?

È attuale il mestiere del filosofo? Esiste ancora oggi, la filosofia, quella che c’entra con la vita delle persone, che fonda il sapere?

LA RISPOSTA

Rileggo Martin Heidegger e trovo molto conforto: è chiaro cosa sia l’Abitare.

“… Abitare e costruire stanno tra loro nella relazione del fine al mezzo. Ma finché noi vediamo la cosa entro i limiti di questa prospettiva assumiamo l’abitare e il costruire come due attività separate, e in questo c’è senz’altro qualcosa di giusto.  Tuttavia, attraverso lo schema fine-mezzo noi nello stesso tempo ci precludiamo l’accesso ai rapporti essenziali.

Il costruire cioè, non è soltanto mezzo e via per l’abitare, il costruire è già in se stesso abitare.

rigenerazione urbana
massimo cacciari
martin Heidegger

L’antica parola altotedesca per Bauen, costruire, è “buan” e significa abitare Che vuol dire: rimanere, trattenersi… Essere uomo significa: essere sulla terra, come mortale, e cioè: abitare…  Non è che noi abitiamo perché abbiamo costruito: ma costruiamo e abbiamo costruito perché abitiamo. Il tratto fondamentale dell’abitare è avere cura. L’abitare ci appare in tutta la sua ampiezza quando pensiamo che nell’abitare risiede l’essere uomo, inteso come il soggiorno dei mortali sulla terra. Ma “sulla terra” significa “sotto il cielo”. Entrambi significano insieme “rimanere davanti ai divini”...

Gli edifici custodiscono la Quadratura. Sono cose che, a loro modo, hanno cura della Quadratura. Aver cura della Quadratura, salvare la terra, accogliere il cielo, attendere i divini, condurre i mortali – questo quadruplice aver cura è la semplice essenza dell’abitare.

La vera crisi dell’abitare consiste nel fatto che i mortali sono sempre ancora in cerca dell’essenza dell’abitare, che essi devono anzitutto imparare ad abitare.

Appena l’uomo riflette sulla sua sradicatezza, questa non è più miseria, è l’unico appello che chiama i mortali all’abitare” (Martin Heidegger – Costruire Abitare Pensare – Saggi e Discorsi)

Come a dire che “domandare è la pietà del pensiero”, sempre per citare Heidegger.

Cerco però un fondamento in un passato più prossimo, e mi imbatto in un seminario tenuto dal Professor Massimo Cacciari, che è stato per me illuminante (Perché la Filosofia oggi – seminario tenuto presso La casa della cultura).

La filosofia è oggi sempre più solo cultura, sostiene Cacciari. Spiega che nella filosofia di Cartesio e nel suo metodo cartesiano il ragionamento metafisico era la certezza che fondava la verità indissolubile della scienza. Con l’idealismo di Kant e dopo di lui, si arriva alla crisi, alla rottura, per cui la ricerca fondativa della veridicità della scienza muore. Nietzsche preannuncia la morte della filosofia; Husserl indaga la questione.

Siamo di fronte alla decostruzione della metafisica, continua Cacciari; la scienza si svuota della metafisica, per cui essa diventa sempre più autoreferenziale e la filosofia si ritira, diviene autonoma, altro rispetto alla vita. Non più il cogito di Cartesio, ossia ciò che apre all’intenzionalità della coscienza, che si apre in diverse prospettive, a diversi gradi di verità, cui occorre dare giustificazione, fondamento, ragione delle osservazioni della coscienza.

Mi colpisce questo “dare giustificazione”, che si traduce nel rendere conto, ossia nel dare fondamento di un fare, che parrebbe scontato ma che io vedo solo al momento auspicabile, in tutti i campi.

Mentre la scienza con i suoi saperi sempre più specialistici si invera solo dei suoi successi, prosegue Cacciari, la filosofia discorre su quello e quell’altro argomento, fa cultura e si ritira, diventa autonoma e altro dalla vita. Il senso unitario della scienza che si auspica Cacciari è quello di una scienza intesa come intenzionalità della coscienza che si apre ai diversi saperi e impone la ricerca di analogia, di ragioni. Se solo all’interno dei diversi saperi fosse contemplato il limite, crescerebbe il bisogno di relazione tra questi, e vi sarebbe posto per la filosofia che Cacciari chiama della traduzione, non un dominio di una lingua o di un sapere specialistico, ma un logos che raccorda, che sa tradurre.

Questo punto di vista mi mette in pace, e risponde alla mia domanda. La filosofia non è morta, può e deve rispondere; e mi fa pensare che l’architetto potrà rispondere alle questioni poste, anche dal bisogno di rigenerazione urbana, nutrendosi di filosofia.

Paul Valery soteneva che la sola soluzione allo sdegno che molti sapienti nutrivano allora per la filosofia fosse: “consentire che le opere filosofiche abbiamo un certo valore non annullabile dal progredire della scienza” (Paul Valery- Eupalino o L’Architetto).

Occorrerà fervida immaginazione per ripensare e rifondare il significato della parola Abitare, dandone ragione.

Fedro a Socrate: “… Gli edifizi che non parlano né cantano non meritano che disdegno: cose morte… stimo i monumenti che parlano soltanto, se parlan chiaro: qui si riuniscono i commercianti; qui s’amministra la giustizia; qui gemono i prigionieri; qui gli amanti dei bagordi… … e logge di mercato, e tribunali, e carceri, ove il costruttore ci si appassioni, hanno un linguaggio schiettissimo. Le une visibilmente ambiscono ad una folla operosa che si rinnovi di continuo, e le offrono peristili e portici, e per molte porte e per facili scalee la invitano nelle sale vaste e illuminate, perché vi facciano gruppo e s’abbandonino al fervore degli affari… Ma le sedi dei giudici devono dire agli occhi il rigore e l’equità delle nostre leggi, e bene vi si addice la maestà delle masse deserte e lo spessore pauroso dei muri. I silenzi delle pietre nude appena rompe, a larghi intervalli, la minaccia d’una porta segreta; o tristi segni che sulle tenebre di una angusta finestra disegnano i grossi ferri ond’è sbarrata. Tutto qui parla di sentenze e di pene: la pietra esprime grave ciò che contiene, i muri sono implacabili e l’opera – conforme alla verità- dichiara fortemente la sua destinazione severa…

(Paul Valery- Eupalino o L’Architetto).

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